Varici Recidive Safeniche

Approfondimento a cura di:

Dr. Prof. LEONARDO CORCOS

Si intendono per “varici” o “vene varicose” le vene superficiali degli arti inferiori, appartenenti soprattutto ai sistemi delle vene safene, che, talvolta anche dall’età giovanile, diventano dilatate e tortuose. Nella maggior parte dei casi provocano dolori, crampi notturni e bruciore e possono complicarsi con flebiti e trombosi. Si tratta di malattie degenerative ad impronta genetica della parete vascolare e perciò con caratteristiche eredo-familiari. Nei secoli sono stati escogitati molti sistemi di cura ed altri ancora si stanno sviluppando. Quando il danno circolatorio è localizzato nelle vene più grandi, in particolare nelle vene safene al loro ingresso nelle vene profonde, la cura migliore e più sicura è ancora la chirurgia.

La ricerca di risultati stabili dopo il trattamento chirurgico delle varici degli arti inferiori ha una lunga storia che inizia  nel 1887, quando il Prof. Trendelemburg propone l’interruzione della vena grande ma dopo 4 anni comunica una percentuale di recidive del 22% e giudica tale risultato “inaccettabile”. Si intende per “varici recidive” quelle che si riformano nei territori già operati. Da allora in poi le tecniche chirurgiche si sono evolute e, se scelte con diagnosi moderne e gestite dalle “mani” giuste, forniscono ancora i migliori risultati (Figg. 1,2).

Nel corso degli ultimi 30 anni si è sviluppata la chirurgia conservativa e ricostruttiva ai fini del salvataggio delle safene malate per eventuali sostituzioni chirurgiche nelle malattie delle arterie, ma la discussione è ancora aperta e controversa.

Dal 1853, quando Pravaz e Wood hanno inventato la siringa di vetro, si è evoluta la terapia sclerosante (cicatrizzazione chimica mediante iniezione) delle safene e delle vene collaterali varicose,  che oggi  consente buoni risultati a medio termine (5 anni) con una certa frequenza di piccole complicazioni, che possono essere talvolta piuttosto pericolose, per fortuna raramente . Da meno di 20 anni, sono comparse le nuove tecnologie endovascolari:  Laser e Radiofrequenza. Si basano sulla emissione di alta temperatura che viene trasmessa all’interno delle vene malate mediante piccole fibre ottiche. Il meccanismo d’azione, da noi studiato, consiste in una scleroterapia (cicatrizzazione) fisica che conduce alla completa atrofia della vena, con percentuali di ricanalizzazione (riapertura con ricomparsa dell’insufficienza venosa e spesso delle varici) comprese fra il 10 al 30%, rispettivamente entro 2 e 10 anni. Per ottenere i risultati più stabili con queste tecniche è necessario usare dosi elevate di energia, anch’esse non del tutto esenti da possibili complicazioni.

Nonostante siano state invocate svariate cause delle recidive varicose, molte delle quali anche fantasiose, quella prevalente sembra essere una chirurgia inadeguata e/o incompleta. Questa certezza è stata raggiunta e messa in evidenza da un nostro recente studio eseguito su oltre 1.000 pazienti portatori di nuove varici dopo gli interventi chirurgici.

Dallo stesso studio, e da quelli di altri Autori, viene anche concluso che la prevenzione delle recidive varicose è tuttora rappresentata dalla diagnostica moderna (un po’ come trovare l’indirizzo stradale giusto usando il navigatore GPS) e che il successo dell’intervento chirurgico sta nella progettazione diagnostica. Nel 1999, in una accesa discussione congressuale, proprio a Firenze, J.T.Hobbs  pose fine al dibattito mostrando una diapositiva che recitava: “I buoni risultati della chirurgia sono i risultati della buona chirurgia”.

Il trattamento delle varici degli arti inferiori ed in particolare delle recidive e delle loro complicazioni è affidato oggi all’integrazione delle varie tecniche disponibili: chirurgia, laser radiofrequenze, scleroterapia, elastocompressione, supporto farmacologico, ossigenoterapia iperbarica, fisioterapia e riabilitazione. E’ compito dello Specialista scegliere la combinazione migliore per ogni singolo caso non dimenticando di valutare il miglior rapporto costo / beneficio, sia in termici clinici che economici.

Le combinazioni di tecniche che negli ultimi anni sono state maggiormente utilizzate sono state una chirurgia “minima” ambulatoriale in anestesia locale, abbinata alla scleroterapia intraoperatoria o al Laser endovascolare, secondo i casi e le diverse indicazioni. Ciò significa che il paziente entra ed esce dalla struttura di cura nella stessa giornata, porta una calza elastica per meno di 7 giorni e non interrompe le normali attività.

Sono stati così ottenuti i risultati più rapidi, minor dolore (o completamente assente), in pratica la scomparsa di possibili complicazioni, la necessità di una sola visita di controllo e, in molti casi nessun trattamento complementare successivo (Figg. 3,4). La stabilità dell’esito terapeutico è a lungo termine, come anni di osservazione dei casi trattati ha confermato proprio grazie ad una “buona” chirurgia minima.

E’ doveroso ricordare che esiste la possibilità che si formino nel tempo nuove varici nei territori non operati ed in questo caso si tratta di una nuva malattia.

Due soli dei nostri pazienti, su circa 1.000 casi operati negli ultimi 12 anni secondo i principi sopra descritti, hanno sviluppato varici recidive a breve termine, causate da varianti anatomiche (le varianti anatomiche sono rappresentate da vene malate localizzate in sedi diverse dal normale) che erano sfuggite alla diagnosi preoperatoria. Sono guariti in modo stabile con una piccola revisione chirurgica.

In conclusione: con il giusto trattamento è possibile guarire dalle varici.

Per approfondimenti: www.vene-linfatici.it

Per corrispondenza: corcosleonardo.md@virgilio.it

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